San Camillo De
Lellis

CAMILLO GIOVANE SBANDATO
Su una collina del verde Abruzzo, a undici chilometri da Chieti, a Bucchianico il 25
maggio dell’Anno santo 1550, festa di Pentecoste, nasce Camillo de Lellis.
Una nascita che suscita meraviglia, perché la madre Camilla de Compellis, quasi sessagenaria, partorisce nella stalla
sotto casa, come nacque Gesù e San Francesco d’Assisi e nel momento della
consacrazione liturgica della Messa solenne del Patrono del paese, Sant’Urbano.
Che cosa sarà di questo bambino? Si chiedono meravigliati i parenti e gli
amici. Se lo chiede anche mamma Camilla, poiché prima del parto sognò il
figlio Camillo con una croce rossa sul petto che precedeva una schiera di
altri ragazzi con lo stesso segno.
Diventerà un capo banditi? E’ questo il presagio che trova quasi conferma di
fronte alla vivacità e alla indocilità di Camillo fanciullo e adolescente,
che preferisce marinare la scuola per i giochi e per seguire i coetanei
Mamma Camilla ce la mette tutta per educarlo alla pietà e alla rettitudine.
Tutto inutile, anche perché manca l’azione educatrice di papà Giovanni,
capitano militare, che è quasi sempre assente da casa e impegnato nelle armi;
non gli resta tempo per il figlio. Così Camillo cresce ribelle e sbandato.
Mamma Camilla muore a 73 anni con la spina nel cuore del sogno della croce
rossa sul petto del figlio, che ha allora 13 anni; ma aveva pregato tanto per
lui. Quante corone del Rosario ha sgranato per quel figlio!
Morta la mamma, Camillo prosegue la sua vita di sfaccendato; si dà al gioco
delle carte e dei dadi, alle diversioni con i coetanei. E’ un vero giovane
irrequieto e sbandato.
L’AVVENTURA DELLE ARMI
A 17 anni decide di seguire il padre nel mestiere delle armi,
perché gli piace e può guadagnare soldi per poi divertirsi. Con papà
Giovanni, rimasto senza ingaggio, si dirigono a Venezia per arruolarsi
nell’esercito della Repubblica Veneta contro i Turchi.
Durante il viaggio il padre si ammala gravemente e muore a Sant’Elpidio a Mare, vicino a Loreto. Camillo rimane solo
al mondo e con una molesta piaga al piede destro. Consigliato ad Aquila da
uno zio materno, Fra’ Paolo, si dirige a Roma
all’ospedale di San Giacomo, rifugio dei malati più poveri e incurabili.
Lì lo accolgono come un povero diavolo e in cambio della cura gli offrono un
posto di inserviente. Il lavoro e le fatiche dell’ospedale non gli piacciono
e spesso fugge dal servizio per recarsi al vicino porticciolo di Ripetta a giocare a carte con i barcaioli del Tevere.
I dirigenti lo ammoniscono, lo minacciano, ma inutilmente. Alla fine, anche
se non completamente guarito, lo buttano fuori perché incorreggibile e
inadatto all’ufficio di inserviente ospedaliero.
Che fare? Con il desiderio di guadagnare danaro per la ostinata passione del
gioco torna all’avventura e si arruola nella seconda Lega Veneta contro i
Turchi. E’ trasferito a Zara, poi a Cefalù dove si
ammala di tifo, ma guarisce, per miracolo secondo lui.
Si arruola poi a Napoli nell’esercito di Spagna per la spedizione di Tunisi
in Africa, dove non prende parte agli assalti del forte. Nel ritorno a Napoli
scampa da un terribile naufragio, durante il quale promette di farsi frate;
promessa da marinaio. La sua passione è il gioco delle carte e a Napoli gioca
quanto ha guadagnato e perde sempre; gioca la spada, la cappa, l’archibugio,
perfino un giorno la camicia. (A Napoli in via San Bartolomeo esisteva tempo
addietro un archetto con un dipinto della scena del gioco e di Camillo in
gloria e la scritta: "Qui diè Camillo sua
camicia per gioco – ed or si adora nel medesimo loco"). E’ ridotto
nella più nera miseria. Ma le preghiere di mamma Camilla non andranno a
vuoto.
DA AVVENTURIERO A "FRATE
UMILE"
O rubare o mendicare è l’alternativa del ventiquattrenne
Camillo. Preferisce stendere la mano e chiedere l’elemosina alla porta della
chiesa di Manfredonia, lui ben piantato e alto due metri. Un certo Antonio Nicastro gli si avvicina e gli offre il lavoro di
manovale nella ristrutturazione e ampliamento del vicino convento dei
Cappuccini. Dopo un po’ di incertezza, costretto dalla fame, Camillo accetta,
ma con il proposito di tornare, passato l’inverno, alla vita militare e al
gioco.
Gli vengono affidati due asinelli con il compito di fornire pietre, calce e
acqua ai muratori. Il duro lavoro quanto gli pesa! Gli viene anche la
tentazione di scannare i due somarelli e fuggire,
ma lo trattengono la stima e la benevolenza dei frati, che lo apprezzano per
la sua onestà e precisione. Anzi egli comincia a riflettere sulla sua vita
senza ideali, insulsa e futile.
Nella vita di ogni uomo vi sono momenti del Signore che possono cambiare
radicalmente il suo cammino. L’importante è accoglierli. Il 1° febbraio 1575,
Camillo è inviato al convento di San Giovanni Rotondo con un asinello per un
fraterno scambio di generi alimentari.
Lì alla sera il guardiano del convento, P. Angelo, passeggiando sotto il
pergolato, parla a Camillo di Dio e della salvezza dell’anima. In sintesi gli
dice: "Dio è tutto, il resto è nulla. Salvare l’anima è l’unico
impegno della vita che è breve". Camillo ascolta silenzioso e
colpito da queste verità.
Il giorno seguente 2 febbraio, festa allora della Purificazione di Maria
Vergine, dopo la santa Messa riprende la via del ritorno. Durante il viaggio
gli martellano sempre più forte nella mente le parole di P. Angelo: Dio è
tutto, il resto nulla. A un certo momento, soggiogato da sentimenti di
pentimento, scende dalla cavalcatura e, come San Paolo sulla via di Damasco,
si mette in ginocchio e piange dirottamente, dicendo:
"Signore, perdona a questo grande peccatore. Dammi tempo di fare
penitenza. Non più mondo, non più peccati!"
La grazia di Dio vince. Si alza come un novello Paolo, trasformato dentro.
Appena rientrato a Manfredonia chiede con insistenza ai frati il saio
cappuccino. Poco dopo entra in noviziato con grande fervore ed è
soprannominato "Frate umile". Ora ha trovato la pace e la gioia del
suo spirito.
INFERMO PER GLI INFERMI
Ma il Signore non lo vuole cappuccino. Il ruvido saio
francescano sfrega il collo del piede destro e ben presto si riapre la piaga
del passato, purulenta e misteriosa. A malincuore i superiori sono costretti
a dimetterlo, perché vada a curarsi.
Va un’altra volta a Roma, all’ospedale San Giacomo degli Incurabili, ma
diverso da prima. Questa volta vede i malati con altri occhi e li serve in
altro modo: con grande dedizione. Il suo cuore però è presso il convento:
Infatti dopo quattro anni, guarito perfettamente al piede, ritorna dai
cappuccini, che lo riammettono in noviziato. Ora lo chiamano Fra’ Cristoforo per la sua alta statura.
E’ contento e fiducioso. Ma bastano pochi mesi ed ecco la piaga del piede si
riapre, si inasprisce e sanguina come non mai. Allora è dimesso
definitivamente, e ritorna, dopo quattro mesi, all’ospedale di San Giacomo,
dove lo accolgono con festa.
Camillo riflette e riconosce in quella piaga misteriosa un disegno di Dio e
afferma: "Giacché Dio non mi vuole cappuccino, è segno che mi vuole
qui a servire i suoi poveri infermi". E decide di darsi totalmente
al servizio dei malati con amore, come volontario, poiché rifiuta il salario
dell’ospedale.
I dirigenti dopo un po’ di tempo, visto il suo impegno e diligenza, lo
nominano "Maestro di Casa" e gli affidano
l’approvvigionamento dell’ospedale e la direzione di tutto il personale di
servizio. Camillo si tuffa a capofitto a servire gli ammalati e a migliorare
la loro assistenza. La passione del gioco è sostituita ora da un’altra
passione più travolgente, quella del servizio agli infermi.
In quei tempi i poveri degenti erano spesso accuditi da persone che erano
avanzo di galera o mercenarie; gente irresponsabile e priva di umanità, che
lasciavano i malati sommersi nel loro sudiciume, a volte talmente assetati da
bere la propria urina.
Camillo, animato da grande carità, si dedica tutto a riformare l’assistenza.
Lo fa con il suo mirabile esempio e con istruzioni sul modo di accostare e di
trattare i sofferenti, che sono "pupilla e cuore di Dio",
asserisce. Ottiene qualcosa, ma non basta..
I SERVI DEGLI INFERMI
Migliorare l’assistenza corporale e spirituale dei malati
diventa l’occasione di Camillo. Ma cosa può ottenere lui da solo? Pensa e
prega.
La notte di Ferragosto, vigilia dell’Assunta del 1582, Camillo sta vegliando
nella corsia dell’ospedale e mentre pensa come trovare una soluzione, gli
viene un’idea: "Perché non organizzare una compagnia di uomini pii e
dabbene, che non per mercede, ma volontariamente e per amore di Dio servano
gli infermi con quella carità e amorevolezza che sogliono fare le madri per i
loro propri figlioli infermi?".
L’idea lo entusiasma, la comunica al cappellano e a quattro buoni
inservienti, che accettano di unirsi a lui e servire i malati per puro amor
di Dio. Si forma così un Crocefisso, che Camillo aveva ricevuto in dono, e si
infiammano al generoso dono di sé ai sofferenti, suscitando sorpresa e anche
invidia in alcuni. E’ un nuovo carisma che si manifesta nella Chiesa di Dio.
Le opere di Dio subiscono sempre delle prove. Invidiosi e sospettosi alcuni
dipendenti dell’ospedale accusano Camillo di oscure manovre per impossessarsi
di esso. Per questo è proibito a Camillo di riunirsi con gli altri e viene
disfatto il locale-oratorio. Allora Camillo pensa di formare un gruppo di
consacrati e per realizzare questo progetto è consigliato di farsi sacerdote.
Camillo a 32 anni frequenta la scuola del Collegio Romano, seduto tra
giovincelli che a volte si burlano di lui: Tarde venisti! . Studia con
impegno ed è ordinato sacerdote due anni dopo, il 26 maggio 1584. Ritorna
dopo 14 anni, a Bucchianico sacerdote con sorpresa
e gaudio di tutti.
L’opposizione alla sua idea di fondazione persiste più pervicace
all’ospedale. Si è aggiunto anche il suo confessore, San Filippo Neri. Due
volte Camillo esperimenta la tentazione di abbandonare l’impresa; però due
volte Gesù crocefisso (una volta in sogno e l’altra sveglio) lo anima e
tranquillizza, staccando le braccia dalla croce e dicendogli: "Non
temere, o pusillanime. Continua, che io ti aiuterò, poiché questa opera è
mia, non tua".
Camillo prosegue; nessuno più lo fermerà. Prende residenza alla chiesa della
Madonnina dei Miracoli, lascia con i suoi compagni l’ostile ospedale di San
Giacomo per servire i malati del grande ospedale di Santo Spirito, vicino al
Vaticano. L’otto settembre 1584 veste dell’abito religioso i primi compagni e
scrive una Regola per la piccola Compagnia dei Servi degli Infermi,
come egli la denomina. La Regola è originale e anche attuale nella seconda
parte, poiché sono 25 Ordini (modi) da tenersi negli ospedali al servizio dei
malati "con la maggiore diligenza possibile, con l’affetto di una
madre verso il suo unico figlio infermo e guardando il povero come la persona
di Cristo". C’è tutto il carisma della carità verso i malati, che da
allora e nei secoli qualifica Camillo de Lellis un
riformatore del servizio agli infermi.
LA CROCE ROSSA SUL PETTO
Nel 1586 Camillo ottiene dal Papa Sisto V l’approvazione della
sua Compagnia con il nome di Ministri (servitori) degli Infermi
e il privilegio di portare una croce rossa sul petto, segno di amore e di
sacrificio per gli infermi e non di perdizione e di infamia come aveva
interpretato questo segno sua madre.
E’ stimolo a una vocazione di generosità che attrae giovani italiani e anche
esteri, perché gioventù significa grandezza di ideali e capacità di
donazione.
Il numero dei religiosi cresce. Con tanta fede Camillo provvede un convento e
la chiesa di Santa Maria Maddalena, vicino al Pantheon.
Con i suoi figli egli si lancia ad alleviare ogni sofferenza umana
all’insegna della misericordia e della tenerezza di Dio. Nel 1590 una
carestia e una pestilenza colpiscono Roma e Camillo con otto suoi religiosi
si aggirano notte e giorno per le case, i tuguri e le caverne del Colosseo per allontanare lo spettro della morte.
Questo eroismo commuove il Papa, che nel 1591 erige la Compagnia in Ordine
religioso di voti solenni e con un voto speciale: "Servire gli
infermi, anche appestati, con rischio della vita". L’otto dicembre
1591, festa di Maria Immacolata, Camillo con i numerosi suoi figli, emettono
i voti religiosi ed egli è nominato superiore generale.
TUTTO CUORE PER I MALATI
Camillo precede tutti nell’instancabile dedizione ai
sofferenti. Il suo ospedale preferito è quello di Santo Spirito di Roma,
quale laboratorio della sua carità. Si lamenta che il vicino orologio di Castel Sant’Angelo corra troppo
veloce e non gli lasci tempo per sovvenire ai bisogni dei degenti.
La piaga del piede destro causa molti dolori. A volte per i bruciori pare che
mandi fuoco, ma lui non si dà vinto e continua nel servizio dei malati.
Neppure alcuni calcoli renali, che a tratti lo molestano, lo trattengono dal
donarsi agli altri.
La sua carità trabocca, tanto che abbraccia anche l’assistenza degli ammalati
a domicilio, che chiama il mare grande, l’oceano senza fondo della
carità, poiché a quei tempi gli infermi erano curati in famiglia; soltanto i
più poveri e gli emarginati ricorrevano o erano portati all’ospedale.
Con i suoi religiosi Camillo offre a tutti i malati nelle case un’assistenza
premurosa per il loro recupero o per prepararli a una buona morte.
Organizza anche una spedizione di padri e fratelli al seguito dell’esercito
in Ungheria e Croazia per assistere i feriti nelle battaglie contro i Turchi
(1595). E’ il precursore della Croce Rossa Internazionale.
Al sentire notizie di scoppio di pestilenze qua e là in Italia egli esclama:
"Questa è la nostra ora, la sagra della carità" e corre o
manda i suoi religiosi ad assistere gli appestati a Nola, a Milano, a Napoli.
Molti suoi figli moriranno martiri della carità nell’assistenza agli infetti.
La piccola pianta di Camillo va crescendo sempre più nell’amore e nella sua
offerta ai sofferenti.
Tutti chiamano i Ministri (servitori) degli Infermi. Li invitano ad assumere
il servizio corporale e spirituale negli ospedali a Napoli, a Milano, a
Genova, a Bologna, a Palermo, a Ferrara, a Firenze, a Messina, a Mantova.
Dove può, Camillo apre una comunità per rendere presente la carità
misericordiosa di Cristo verso chi soffre. E si fa pellegrino e messaggero
dell’assistenza ai malati su e giù per l’Italia con frequenti e faticosi
viaggi a cavallo o in diligenza.
"NUOVA SCUOLA DI CARITA’
VERSO GLI INFERMI"
Negli ospedali dell’epoca non si praticava bene la pulizia e
l’igiene delle persone e degli ambienti. Anzi si consideravano dannosi alla
salute l’uso dell’acqua per lavarsi e il cambio dell’aria dei locali. Anche
l’assistenza diretta dei degenti lasciava molto a desiderare.
Camillo non può permettere questo, poiché per lui l’ospedale è il luogo sacro
della liturgia della carità cristiana. Con ardore prescrive e promuove delle
innovazioni, che costituiscono una rivoluzione sanitaria. Lo qualificano "intollerabile,
insopportabile" per le sue esigenze esagerate nella pulizia e
nell’assistenza.
E’ l’intelligenza, la scienza e lo spirito della carità che lo muovono a
riformare l’assistenza ai malati, ad essere, come lo qualificò poi il Papa
Benedetto XIV, "l’iniziatore di una nuova scuola di carità verso gli
infermi".
Organizza nella casa religiosa una palestra infermieristica e insegna come
assistere e trattare con maestria e umanità ogni infermo. Riscrive nel 1613
le Regole per servire gli inermi con ogni perfezione, un testo di pedagogia
infermieristica di grande attualità anche oggi, poiché pone l’infermo al
centro dell’ospedale e da servire con rispetto, "con la maggiore
diligenza possibile e con il cuore nelle mani". Pio XI scrive: "Camillo
apparve come l’uomo inviato da Dio per servire i malati e per insegnare il
modo di servirli".
LA SPIRITUALITA’ DEL SERVIZIO AI
MALATI
Camillo, al principio della sua dedizione agli infermi per
svolgere un servizio carico di umanità, poneva come esempio l’affetto di una
madre verso il suo unico figlio infermo. In seguito egli medita la parabola
evangelica del buon samaritano e soprattutto le parole di Gesù nella
descrizione del giudizio universale: "Ero infermo e mi avete
visitato… Ciò che avete fatto al più piccolo di questi miei fratelli, l’avete
fatto a me" (Mt 25, 30-40) E le fa sue, le
vive con fede, e si fa maestro del carisma della carità verso i sofferenti.
Afferma: "Gli infermi sono pupilla e cuore di Dio e quello che fate a
questi poverelli infermi, è fatto a Dio stesso. Chi
serve gli infermi, serve assiste Cristo nostro redentore". Egli
attende ai malati molte volte in ginocchio. A volte lo vedono con il volto
estasiato, pensando di servire il suo amato Signore Gesù.
Con insistenza ricorda ai suoi religiosi: "Padri e fratelli miei, miriamo
nei malati la persona stessa di Cristo. Questi malati cui serviamo ci faranno
vedere un giorno il volto di Dio"
Senza tregua Camillo impegna tempo, forze e spirito per motivare e promuovere
un servizio più umano e santo verso i sofferenti. Per lui nessuna professione
o vocazione può essere più sublime di quella del servizio ai malati.
"Nessuna tra le opere di carità piace più a Dio di quella del
servizio ai poveri malati. Chi serve gli infermi, ha un segno palese di
predestinazione".
C’è sempre tanta gioia nel cuore di chi si dona e testimonia l’amore di
Cristo verso i sofferenti. Ecco perché sgorgano dal cuore di Camillo le Beatitudini
del servizio ai malati;
Beato e felice chi serve gli infermi e consuma la sua vita in questo santo
servizio con le mani dentro la pasta della carità!
Beati voi che avete una così buona occasione di servire Dio al letto dei
malati!
Beati voi e ringraziate Dio che vi è toccata la pietanza grossa del servizio
agli infermi, per la quale cosa siete sicuri di guadagnare il paradiso!
Beati voi se potrete essere accompagnati al tribunale di Dio da una lagrima,
da un sospiro, da una benedizione di questi poverelli
infermi!.
CAMILLO UNA LAMPADA CHE NON SI
SPEGNE
Quante
lagrime asciuga Camillo! Quante benedizioni riceve dai malati nei quarant’anni che spende accanto a loro! Le fatiche e le
varie infermità, che lui chiamava misericordie di Dio, lo conducono
alla morte a Roma il 14 luglio 1614, all’età di 64 anni.
Il Papa Benedetto XIV lo proclama Beato nel 1742 e Santo nel 1746. Più di un
secolo dopo nel 1886, il Papa Leone XIII lo dichiara Patrono degli ospedali e
degli infermi e Papa Pio XI nel 1930 lo propone Patrono e Modello di tutti
gli operatori sanitari.
San Camillo continua a vivere nei suoi figli, detti Camilliani
(sacerdoti e fratelli infermieri), che sono presenti oggi in tutti i cinque
continenti e in 36 paesi del mondo, dando testimonianza dell’amore di Dio
verso i malati. Lavorano come cappellani, infermieri, medici, promotori di
opere sociali per i malati più poveri, animatori della pastorale della salute
nelle nazioni, nelle diocesi e nelle parrocchie.
San Camillo vive anche nelle Congregazioni femminili, che adottarono il suo
carisma, in Movimenti o Famiglie Camilliane di
laici impegnati nel mondo della salute.
Ricordiamo le principali istituzioni: Congregazione delle Figlie di San
Camillo, fondata a Roma nel 1892 dal Ven/le p.
Luigi Tezza e dalla Beata Giuseppina Tannini;
Congregazione delle Ministre degli Infermi di San Camillo, fondata a Lucca
nel 1841 dalla Beata Maria Domenica Brun Barbantini; Congregazione delle Ancelle
dell’Incarnazione, fondata nel 1946 a Roma da p. Primo Fiocchi; Istituto
secolare Missionarie degli Infermi Cristo Speranza, fondato nel 1936 da p.
Angelo Carazzo e da Germana Sommaruga;
associazione laicale "Famiglia Camilliana",
che va diffondendosi a fianco dell’Ordine in varie parti del mondo.
Lo spirito di carità di San Camillo, il suo esempio di dedizione ai
sofferenti con amore e umanità, il suo messaggio di servire Cristo nel volto
di chi soffre parlano ancora oggi al mondo sanitario.
Ancora oggi sono necessari cristiani che, con coraggio e soprattutto con
amore, siano capaci di uscire dal proprio egoismo, di donarsi con generosità
e di rispondere alle necessità di quanti soffrono.
Oggi sono necessari dei generosi che facciano rivivere il carisma del
servizio e siano disposti a spendere la vita al contatto per il bene di tanti
sofferenti. Questi poverelli infermi,
come usava chiamarli San Camillo, aspettano la generosa risposta dei giovani
di oggi.
Dio può chiamare anche te, o giovane lettore. Se ti chiama, rispondi con
generosità e ti troverai contento.
|