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Nato in Germania, e vissuto poi tra il suo Paese, la Francia
e l’Italia, il nobile renano Bruno o Brunone è vero figlio dell’Europa
dell’XI secolo, divisa e confusa, ma pure a suo modo aperta e propizia alla
mobilità. Studente e poi insegnante a Reims, si trova presto faccia a faccia
con la simonia, cioè col mercato delle cariche ecclesiastiche che infetta la
Chiesa.
Professore di teologia e filosofia, esperto di cose curiali, potrebbe
diventare vescovo per la via onesta dei meriti, ora che papa Gregorio VII lotta
per ripulire gli episcopi. Ma lo disgusta l’ambiente.
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La fede che pratica e che insegna è tutt’altra cosa,
come nel 1083 gli conferma Roberto di Molesme, il severo monaco che darà vita
ai Cistercensi.
Bruno trova sei compagni che la pensano come lui, e il vescovo Ugo di
Grenoble li aiuta a stabilirsi in una località selvaggia detta “chartusia”
(chartreuse in francese). Lì si costruiscono un ambiente per la preghiera
comune, e sette baracche dove ciascuno vive pregando e lavorando: una vita da
eremiti, con momenti comunitari. Ma non pensano minimamente a fondare
qualcosa: vogliono soltanto vivere radicalmente il Vangelo e stare lontani
dai mercanti del sacro.
Quando Bruno insegnava a Reims, uno dei suoi allievi era il benedettino
Oddone di Châtillon. Nel 1090 se lo ritrova papa col nome di Urbano II e deve
raggiungerlo a Roma come suo consigliere. Ottiene da lui riconoscimento e
autonomia per il monastero fondato presso Grenoble, poi noto come Grande
Chartreuse. Però a Roma non resiste: pochi mesi, ed eccolo in Calabria nella
Foresta della Torre (ora in provincia di Vibo Valentia); e riecco l’oratorio,
le celle come alla Chartreuse, una nuova comunità guidata col solito rigore.
Più tardi, a poca distanza, costruirà un altro monastero per chi, inadatto
alle asprezze eremitiche, preferisce vivere in comunità. E’ il luogo accanto
al quale sorgeranno poi le prime case dell’attuale Serra San Bruno. I suoi
pochi confratelli (non ama avere intorno gente numerosa e qualunque) devono
essere pronti alla durezza di una vita che egli insegna col consiglio e con
istruzioni scritte, che dopo la sua morte troveranno codificazione nella
Regola, approvata nel 1176 dalla Santa Sede.
E’ una guida all’autenticità, col modello della Chiesa primitiva nella
povertà e nella gioia, quando si cantano le lodi a Dio e quando lo si serve
col lavoro, cercando anche qui la perfezione, e facendo da maestri ai
fratelli, alle famiglie, anche con i mestieri splendidamente insegnati.
Sempre pochi e sempre vivi i certosini: a Serra, vicino a Bruno, e altrove,
passando attraverso guerre, terremoti, rivoluzioni. Sempre fedeli allo
spirito primitivo. Una comunità "mai riformata, perché mai
deformata". Come la voleva Bruno, il cui culto è stato approvato da
Leone X (1513-1521) e confermato da Gregorio XV (1621-1623).
Autore: Domenico Agasso
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